L'Unità

La signora Nagel in lotta contro la «casta»

22 febbraio 2012

Tra le molte ragioni che rendono apprezzabile la scelta del governo di mettere on line i redditi dei ministri, una ce l’ha offerta ieri il Corriere della sera, in un trafiletto a pagina 8 dedicato alla visita del premier alla Borsa di Milano. «Roberta Furcolo – si legge – va dritta al tema: “Nell’agenda di governo si prevede di attaccare la casta, ridurre il peso della macchina dello Stato e cercare meno il consenso delle parti sociali?”. L’ex dirigente di Intesa Sanpaolo e moglie di Alberto Nagel (amministratore delegato di Mediobanca) lo chiede a Mario Monti…».

Considerato che Mediobanca è nel patto di sindacato che controlla la Rcs, società editrice del Corriere, non dubitiamo del fatto che il virgolettato sia stato fedelmente riportato. Tanto più che il copyright della campagna sulla «casta» è proprio del Corriere, nata com’è da una serie di articoli di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo subito raccolti nell’omonimo best-seller della Rizzoli, ai tempi del secondo governo Prodi. Tempi in cui un altro importante socio della Rcs, Luca Cordero di Montezemolo, sembrava sul punto di fare la sua «discesa in campo», proiettandosi direttamente dalla poltrona di comando della Confindustria a quella di Palazzo Chigi. Com’è noto, non c’era allora un suo discorso pubblico che non traesse a piene mani munizioni per la sua polemica contro i partiti dalle inchieste di Stella e Rizzo (che contribuì non poco a promuovere). In tal modo Montezemolo provava a farsi largo tra Pd e Pdl, ma l’unico risultato che ottenne fu di resuscitare il Cavaliere (come è sempre accaduto in Italia con simili campagne, dal ’94 in poi).

Oggi però al governo non ci sono i deprecati politici, ma i nuovi e acclamati tecnici. E la meritoria scelta di mettere on line i loro redditi permette di contestualizzare assai meglio il discorso, almeno per chi voglia capire quale sia la vera struttura del potere economico e dell’influenza sociale in Italia. Come avvocato, il ministro Paola Severino ha guadagnato in un anno 7 milioni di euro; come ministro ne incasserà poco meno di duecentomila. Il ministro più ricco, considerando il patrimonio, è non sorprendentemente Corrado Passera, ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che in un anno ha guadagnato esattamente la metà: tre milioni e mezzo.
La divulgazione di queste cifre è utile non per alimentare una sciocca demagogia pauperista, ma perché dà un metro, una proporzione su cui misurare tanti discorsi sull’Italia e sugli italiani. Su dove siano davvero in questo Paese il potere, i privilegi, le caste. L’operazione trasparenza voluta da Monti è preziosa perché fornisce a tutti, e non solo a una ristretta cerchia di esperti, una parziale ma attendibilissima radiografia della fascia più alta della società italiana, ampiamente rappresentata nel suo governo.

È certamente utile che questi dati escano nel pieno del braccio di ferro sull’articolo 18, mentre si parla con tanta leggerezza di lavoratori «privilegiati» e «iper-garantiti» (se non addirittura «ladri» e «assenteisti»). Ma è ancora più utile che escano nel pieno del dibattito sulla via d’uscita da una crisi mondiale che non è stata causata dal «populismo dei debitori» stigmatizzato ieri da Antonio Polito proprio sul Corriere, in un durissimo editoriale contro le malefatte dei politici greci. Ma dalle follie di un superpagato ceto di banchieri americani (e non solo), che non per questo ha visto ridursi di un centesimo i propri milionari compensi. Anzi.

   
 
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