L'Unità

La malattia del ventennio

26 maggio 2012

L’idea di usare una proposta di riforma dell’intera architettura costituzionale come diversivo, al solo scopo di non parlare più della scomparsa del Pdl sancita dalle elezioni amministrative, la dice già abbastanza lunga sulla cultura istituzionale e sul senso dello Stato degli aspiranti padri costituenti (casomai non bastassero le testimonianze provenienti dal tribunale che si sta occupando della ex nipote di Mubarak). Non può stupire, pertanto, che le reazioni alla conferenza stampa di Silvio Berlusconi e Angelino Alfano si siano fermate a questo primo, superficiale aspetto della questione: il suo carattere apertamente strumentale.
C’è tuttavia anche nel merito della proposta, presidenzialismo e doppio turno sul modello della Francia (che non è una repubblica presidenziale, bensì semipresidenziale, ma evidentemente non c’è stato tempo per studiare i dettagli), qualcosa che turba come un brutto ricordo tornato improvvisamente alla memoria, come il trauma di fondo di questo ventennio, rimosso negli ultimi mesi di governo tecnico e mai elaborato, e proprio per questo destinato a riemergere alle prime difficoltà. Parafrasando l’entusiastico commento di Maurizio Gasparri, si potrebbe dire che l’approvazione della proposta Berlusconi-Alfano sul presidenzialismo rappresenterebbe il coronamento di un incubo.
Al fondo, infatti, il bersaglio è sempre lo stesso: la nostra Costituzione, i suoi principi cardine, il suo spirito, l’idea stessa di democrazia parlamentare che contiene. I tanti che in questi vent’anni hanno condotto l’offensiva, da destra e da sinistra, in forme ora esplicite ora camuffate, dovrebbero riflettere sulle loro stesse parole, sulle loro analisi e previsioni, sulle ricette che hanno consigliato, adottato e visto alla prova. Non è passato poi molto tempo dall’ultimo, assordante coro di elogi per la nuova stagione aperta dalle elezioni del 2008, che videro il trionfo del Cavaliere. Gli ingredienti, del resto, c’erano tutti: una legge elettorale dotata di un robustissimo premio di maggioranza, con parlamentari di fatto nominati dal leader; un premier dotato di risorse extra-politiche, economiche e mediatiche pressoché illimitate; un parlamento di fatto in suo totale controllo.
E oggi, dopo che quello stesso leader ci ha portati sull’orlo della bancarotta, e c’è voluto proprio il rischio della bancarotta per mandarlo via, eccolo ripresentarsi sulla scena a invocare maggiori poteri e una più forte legittimazione per il capo dell’esecutivo (perché questo è il meccanismo che ha in mente il Pdl, al di là delle chiacchiere). E invece la lezione della crisi da cui ancora non siamo usciti ci dice proprio il contrario: che non è finendo di scassare il sistema con ulteriori torsioni presidenzialiste, più o meno improvvisate, che ci salveremo. Non è aumentando ogni volta le dosi del veleno che lo trasformeremo in medicina. Non è finendo di demolire quel poco che resta dell’equilibrio previsto dalla nostra Costituzione, quell’insieme di pesi e contrappesi che ci ha garantito cinquant’anni di crescita democratica, economica e civile, che ci risolleveremo, ma semmai riscoprendone il valore e restaurandone le fondamenta. Per uscire dal circolo vizioso di questi vent’anni di sempre maggiori torsioni leaderistiche e sempre maggiore impotenza politica non si vede altra strada.

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