Comunque si concluda dal punto di vista tecnico, l’incresciosa vicenda degli esodati lascerà un segno indelebile sull’intera esperienza del governo Monti. D’altronde, secondo i suoi stessi apologeti, l’intervento sulle pensioni aveva rappresentato fino a oggi il principale risultato dell’esecutivo: l’unica, vera, grande riforma con cui Mario Monti ed Elsa Fornero, non appena insediati, avevano salvato il Paese dal baratro della bancarotta.
Adesso, però, dinanzi all’infinito balletto sul numero dei lavoratori che la grande riforma minaccia di lasciare di colpo senza lavoro e senza pensione, cambiando loro le carte in tavola rispetto ad accordi regolarmente sottoscritti con le rispettive aziende, prima di tutto occorre dirsi la verità: se il margine di errore consentito non si misura in decimali ma in miliardi di euro, corrispondenti alle sorti previdenziali di due, tre o quattrocentomila persone, non c’era bisogno di chiamare un esercito di luminari della materia, per fare la grande riforma: bastava uno studente, e neanche bravo.
Prima ancora che un fallimento politico e morale, lo scandalo degli esodati è infatti un clamoroso fallimento tecnico. Un fallimento da cui i tanti che in questi mesi hanno teorizzato la superiorità ontologica dei tecnici sui politici dovrebbero trarre una lezione. Sarebbe infatti sbagliato stupirsi del fatto che un simile errore sia stato commesso da professori di così provata competenza, mentre i tanto bistrattati partiti, a cominciare dal Partito democratico, ripetevano loro sin dal primissimo giorno che su quella strada si sarebbe andati a sbattere, che occorreva immaginare una soluzione più flessibile e gradualistica, che altrimenti il risultato finale non sarebbe stato solo immensamente più iniquo, ma anche molto più costoso, tecnicamente e socialmente ingestibile.
Non si tratta di un caso sfortunato: per un caso sfortunato si può inciampare in un sasso, non in una montagna. A non vedere la montagna degli esodati potevano essere solo dei professori accecati dall’ideologia politico-accademica dominante da oltre trent’anni, nelle grandi università come nei grandi giornali. È questo «fondamentalismo di mercato» che ha accecato anche tanti autorevoli opinionisti che avrebbero potuto unirsi prima a chi per tempo aveva segnalato il problema. Quella stessa ideologia che ancora oggi fa dire a tanti commentatori che i governi tecnici servono a compiere le scelte impopolari che i politici non hanno il coraggio o la capacità di portare avanti, che una riforma non è una buona riforma se non suscita la rivolta dei sindacati, che la ragione ultima della crisi economica è il debito pubblico e la ragione ultima del debito pubblico è la ricerca del consenso popolare da parte delle forze politiche.
Ma il rapporto con gli elettori non è sempre e solo assistenzialismo, clientelismo, corruzione. È anche, più semplicemente, democrazia. Perché la democrazia non consiste solamente in meccanismi e procedure elettorali, ma innanzi tutto in un principio di rappresentanza che va oltre le elezioni e non è solo fonte di sprechi e spesa pubblica improduttiva. Anzi, può perfino far risparmiare, e in effetti ci avrebbe fatto risparmiare moltissimo, se solo al posto di un tecnico ansioso di mandare un segnale di forza ai mercati finanziari e ai grandi giornali ci fosse stato sia pure l’ultimo e il più incompetente dei politici.
Avremmo risparmiato tempo, denaro, incertezze e incomprensioni (che si pagano anche, eccome, sui mercati finanziari). E avremmo risparmiato a centinaia di migliaia di famiglie italiane angosce e sofferenze tanto ingiuste e incomprensibili quanto inutili.